C’era una volta un apicoltore che si curava con i prodotti delle proprie api. Sembra l’inizio di una fiaba. Forse è ancora una realtà, giacché l’esperienza ha mostrato quali risorse risiedano nei prodotti delle api. La ricerca, proprio nel campo dell’apicoltura, ha iniziato a riscoprire la bontà di alcuni impieghi naturali.
Tra i tanti campi indagati, dalla scoperta di sostanze con attività antibiotica a quella promettente nel campo dei tumori, vediamone uno per gli aspetti salutistici rilevanti: l’azione antinfiammatoria.
Questa scelta risiede nell’idea che spesso ci troviamo a vivere con modeste infiammazioni (articolari piuttosto che colon irritati) cui rimediamo buttando giù una pillola o strofinando una crema. Altre volte non ce ne accorgiamo; è l’avvio di un lento sovrappeso che si incrementa nel tempo, come nel caso della metainfiammazione, che è un processo studiato dalla medicina in questi ultimi anni (sindrome dismetabolica). Purtroppo la metainfiammazione non sempre è coscientemente colpa nostra (1), potendo avviarsi con sostanze ritenute “innocue” per tanto tempo. I processi ossidativi possono fungere da detonatori per l’esplosione di fenomeni infiammatori, come nel chiaro e semplice schema seguente:

Tra i prodotti apistici più riconosciuti come antinfiammatori c’è sua eccellenza la propoli. Forse uno dei più promettenti e sempre più analizzati, con le centinaia di molecole di cui è ricca, anche per le diverse origini da cui si trae. La ricerca ha trovato nei polifenoli il ricco arsenale con cui combattere le infiammazioni; la lista è enorme e alcuni nomi sono notissimi: galangina, apigenina, crisina, quercitina, pinocembrina, genisteina, acido caffeico, CAPE, giusto per ricordarne qualcuno. Ma “è sempre la somma che fa il totale” diceva il buon Totò ed in effetti è la sinergia tra tutte le molecole della propoli a sviluppare la migliore azione antinfiammatoria (2). L’associazione tra capacità antinfiammatoria della propoli e anti-ossidante (contrasto ai radicali liberi) è spesso presente nei lavori scientifici su questo prodotto apistico.
Ben presente nella propoli è il CAPE (estere fenilico dell’acido caffeico); molti studiosi convergono sulle sue capacità di favorire risposte antibatteriche, antivirali, antinfiammatorie e antitumorali, tanto da essere stato sintetizzato in laboratorio per fini farmaceutici. Recentemente, di questa molecola, impiegata in studi sul trapianto di cellule ematopoietiche in cavie (3), è stata tracciata la sua attività intracellulare (nucleare), comprendendone gli aspetti positivi mostrati.
I radicali liberi, normalmente presenti in uno stile di vita naturale, hanno anche la funzione di controllo dell’apoptosi cellulare; il loro difetto o eccesso conducono a danni del DNA o del sistema immunologico. Arrivati a quel punto, si aprono strade nefaste ben note: carcinogenesi o produzione alterata di proteine, come la SLA. Ecco la motivazione della ricerca per migliorare la “pallottola d’argento” contenuta nella propoli.
Il miele però non è da meno: combattuto spesso perché ipercalorico, perché ricco di fruttosio e glucosio, prende sempre più piede in questa ricerca dell’antinfiammatorio (antiossidante). Il bellissimo lavoro di un gruppo di ricercatori italo-cinese (4), ha recentemente puntualizzato anche questa dote “nascosta” del miele. Il nettare (e non solo) dei fiori ne veicola i polifenoli altrettanto importanti. Essi sono in parte diversi da quelli che arricchiscono la propoli, ma ugualmente potenti (5) e, attivi in sinergia tra loro e con gli acidi organici, enzimi e proteine del miele.
Il miele è risultato un ottimo rimedio contro l’intossicazione epatica e renale indotta da inquinanti metallici, tra i quali il piombo (6), contrastando i processi ossidativi e l’infiammazione. Il legame tra infiammazioni (infettive e non) prolungate e gravi patologie è riposto, almeno come ipotesi molto probabile, in un danno al sistema immunologico. Negli ultimi anni (7) le ricerche spingono in questa direzione.
Se ciò non bastasse, nel miele si ritrova una componente proteica che le api producono (la MRJP-3, amplificata dalla trofallassi) e che è presente, insieme a molecole molto simili, nella gelatina reale; questa agisce riducendo il rilascio di fattori cellulari e di radicali liberi dai neutrofili (benzina sul fuoco). I polifenoli del miele mostrano ottime “prestazioni” quali antinfiammatori anche a livello neurologico (Alzheimer e Parkinson). Così non deve sembrare strano che i mieli ad alto contenuto di polifenoli (dal manuka al corbezzolo, dal castagno a quello di melata) siano considerati inibitori in vitro di sviluppi cellulari atipici.
Il polline, ottima risorsa per atleti e studenti affaticati per la sua ampia dote di macro e microelementi, si affianca al miele e alla propoli. Già in passato, le esperienze riportate nel libro di C. Mateescu “Apiterapia” ne facevano un valido rimedio nell’ipertrofia prostatica benigna (insieme alla propoli) e in forme allergiche. Azioni che con il pane d’api sembrerebbero più rapide; torna in mente la sinergia dei prodotti apistici e delle loro componenti, notata in precedenza. Ricercatori giapponesi annotarono nel loro lavoro (8) la capacità anche del polline nella riduzione dei radicali liberi; a quest’osservazione di otto anni fa, sono seguite altre ricerche recenti (9,10), avviate sulla base delle azioni antiossidanti del polline, che ne hanno dimostrato gli aspetti antinfiammatori. Se aggiungiamo agli effetti antiossidanti e antinfiammatori del polline la presenza di molecole estrogeno-simili scoperte nei pollini di palma (per la prima volta), si comprendono le “classiche” prescrizioni del polline per i casi d’infertilità maschile e femminile, presenti nella Medicina Cinese tradizionale, Ayurveda e Medicina Tradizionale Araba (11,12).
Anche la gelatina reale ha, tra le tante doti riportate in letteratura scientifica (13), quella antinfiammatoria, già apprezzata con le proteine MRJP e di un’altra molecola (DPPH), già evidenziata nel polline, tanto che altri lavori (14,15) che ne suggeriscono l’impiego in medicina.
Completa il quadro, ma solo per brevità, il veleno d’ape. Con tutte le precauzioni del caso per gli aspetti connessi all’apitoxiterapia, il veleno ha esplicite applicazioni antinfiammative ed effetti analgesici (16). La melittina trova impiego in artriti, dermatiti, neuriti. La fosfolipasi A2 (inizialmente ritenuta solo citotossica), come Lee e Bae, in un articolo del 2016, hanno potuto dimostrare, potrà, insieme alla melittina, controllare i dolori neuropatici, limitando la resistenza ai farmaci (morfino-simili) e la loro tossicità.

Nel 2010 uno studio imponente sulle contrastanti reazioni del veleno d’api (17), riportava tra le molecole in esso contenute l’adolapina, l’apamina e il MCD (un peptide che induce il rilascio dei granuli di istamina dai mastociti) hanno proprietà antinfiammatoria. In una delle conclusioni emergeva la probabilità che gli effetti antinfiammatori si conseguano con somministrazioni a bassissima concentrazione di veleno. Data la frequenza delle punture nei lavori presso gli apiari e dei rischi biologici che l’articolo adombra, sarebbe interessante valutarne le ricadute sul riconoscimento dei danni professionali.
L’apicoltore continuerà a prendersi cura delle sue api, nonostante le difficoltà enormi che incontra; e le api potranno continuare a donare all’umanità le soluzioni per rendere migliore il mondo in cui vivono.
a cura del dr. Pietro Paolo Milella, biologo, consulente di apiterapia
BIBLIOGRAFIA: