Tra riscritture e vicende politiche: la forza di una visione che è giunta fino a noi
di Aristide Colonna e Beti Piotto (Associazione Italiana Apiterapia) e Luca Bosco
Tra il 1228 e 1229, il francescano abruzzese Tommaso da Celano fu incaricato da papa Gregorio IX di scrivere la biografia di Francesco d’Assisi (1182-1226) che di lì a poco sarebbe stato proclamato santo. In poco tempo Tommaso scrisse quella che noi ora conosciamo come Vita prima. L’opera però non piacque per nulla al pontefice: la biografia evidenziava infatti il profilo di un uomo che amava più gli animali, la terra, il sole e la Natura di sé stesso, e il disprezzo di sé stessi e del proprio corpo (che Francesco chiamava frate asino) era considerato un peccato mortale, politicamente molto sconveniente. Proprio in quegli anni, infatti, i Catari (Il catarismo è stato un movimento ereticale cristiano diffuso in Europa tra X e XIV secolo) erano bollati e combattuti come eretici proprio perché predicavano l’ascetismo e il disprezzo per le cose terrene (tra le quali il proprio corpo). Troppo pericoloso quindi e politicamente assurdo proclamare un Santo che parlasse e agisse come gli eretici d’oltralpe!
Gregorio chiese quindi a Tommaso di riscrivere la biografia mascherando i tratti ascetici ed enfatizzando di più l’amore del Poverello per tutte le creature e per l’opera di Dio. Tommaso eseguì, componendo quella che conosciamo come Vita seconda. In quest’opera la figura del santo si ammorbidisce parecchio: Francesco perde i tratti dell’eretico e diventa più simile a un uomo comune, nonostante sia dotato di una forza e di una spiritualità nient’affatto comuni.
Con questa operazione di “restyling” Francesco è volutamente descritto, di volta in volta, come contadino, taglialegna, menestrello, folle, ecc… e cioè con i tratti caratteristici di tutte quelle figure professionali, e non solo, che vivevano e operavano nella Natura, fuori cioè dalle mura e dalle leggi cittadine. Francesco aveva scelto di lasciare Assisi per vivere in un territorio dove valevano soltanto le leggi naturali, cioè quelle divine per la sensibilità dell’epoca, e Tommaso da Celano ne approfitta per fare del santo il campione (e il campionario) perfetto dell’uomo che vive secondo le leggi del Creatore.
Si noti bene che, nonostante le caratteristiche riferite esclusivamente al santo siano in realtà le caratteristiche di un più generico uomo medievale, Tommaso è un contemporaneo di Francesco e offre pertanto una testimonianza diretta di grande valore storico.
Nel capitolo che riguarda l’amore del santo per le creature (figura 1), Tommaso da Celano scrive:
“… quando i frati tagliano legna, proibisce loro di recidere del tutto l’albero, perché possa gettare nuovi germogli. E ordina che l’ortolano lasci incolti i confini attorno all’orto, affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantino quanto è bello il Padre di tutto il creato. Vuole pure che nell’orto un’aiuola sia riservata alle erbe odorose e che producono fiori, perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna.
Raccoglie perfino dalla strada i piccoli vermi, perché non siano calpestati, e alle api vuole che si somministri del miele e ottimo vino, affinché non muoiano di inedia nel rigore dell’inverno.
Chiama col nome di fratello tutti gli animali, quantunque in ogni specie prediliga quelli mansueti…”.
In questo passaggio, che è uno degli esempi più significativi della riscrittura del profilo di Francesco, l’autore ci parla di un uomo che oltre a essere santo era anche agronomo, selvicoltore e apicoltore. Se stiamo invece alla descrizione che Tommaso ci fa nella Vita prima, Francesco non si occupò mai né diede mai ai suoi frati nozioni o consigli di agronomia, di silvicoltura o di apicoltura.
I suoi frati invece sì, alcuni erano davvero contadini, taglialegna o apicoltori prima di vestire il saio, altri lo “divennero” per provvedere alle esigenze della comunità di confratelli. Da uomini medievali, in materia di gestione delle risorse ambientali, i frati agivano e la pensavano proprio così. Bastano quindi questi brevi commenti per far emergere in modo chiaro come l’uomo medievale conducesse una “moderna” gestione sostenibile delle risorse unita a un rispetto profondo per la Natura.
Quando i frati tagliano legna, proibisce loro di recidere del tutto l’albero, perché possa gettare nuovi germogli.
In questa frase Tommaso da Celano descrive implicitamente come i frati, così come i loro contemporanei, conducessero un governo dei boschi oggi tecnicamente chiamato ceduo (figura 2). Il ceduo è una delle possibili forme di gestione del bosco. Conosciuto da millenni, si basa su una caratteristica di molte latifoglie: quella di ricacciare ovvero di generare nuovi fusti dalla ceppaia dopo il taglio del tronco principale. Il ceduo è applicato prevalentemente a boschi costituiti da specie del genere Quercus (farnia, rovere, farnetto, roverella, cerro, leccio), di frassino maggiore, di acero di monte, di faggio, di tiglio, di carpino bianco, e ha varianti quali ceduo semplice, ceduo semplice matricinato, ceduo giovane, ceduo a macchiatico negativo, ceduo composto, ecc. (Ciancio e Nocentini, 2004).
Realizzato con le giuste modalità, il ceduo permette ai boschi di rigenerarsi molto rapidamente: in molti casi un periodo di 10 anni basta per avere piante alte oltre 10 metri.
E ordina che l’ortolano lasci incolti i confini attorno all’orto…
(testo completo come da pagina precedente)
Questo concetto, letto nel 2025, si colloca in sintonia con l’attuale normativa europea PAC, che richiede aree non produttive per la biodiversità (regola GAEC 8). Dopo le proteste agricole del 2024, è stata introdotta una deroga temporanea fino al 31 dicembre 2024.
Lasciare terreni incolti è utile per:
- favorire la biodiversità
- aiutare gli impollinatori
- migliorare il suolo
- preservare habitat
- ridurre la pressione dell’agricoltura intensiva
L’uomo medievale non aveva bisogno di leggi: possedeva una coscienza naturale della gestione ambientale. Il francescanesimo amplifica e trasmette nei secoli questa sensibilità ecologica, che giunge fino a noi.
Il messaggio di Francesco rimane straordinariamente attuale: tratta le piante e gli esseri viventi non come oggetti utili, ma come entità con un significato proprio (Aime et al., 2024).
…e alle api vuole che si somministri del miele e ottimo vino
Gli apicoltori medievali usavano davvero miele e vino in inverno. Una ricerca moderna (Rascón et al., 2012) dimostra che il resveratrolo, presente nel vino rosso:
- riduce l’appetito delle api
- aumenta la loro aspettativa di vita
- agisce come antiossidante
- sembra simulare gli effetti della restrizione calorica
Nel Medioevo, la richiesta di cera d’api era molto alta:
- soprattutto per il Cero Pasquale
- le candele di cera erano le uniche ammesse nei rituali
- quelle di sego (grasso animale) erano per uso domestico perché fumose e maleodoranti
Monasteri e abbazie possedevano apiari per produrre cera in quantità e qualità elevate, contribuendo allo sviluppo dell’apicoltura.
Francesco forse non era l’apicoltore o agronomo descritto nella Vita seconda, ma la sua figura — insieme ai frati — è fondamentale nello sviluppo del pensiero che oggi chiamiamo ecologia.
Il contributo più grande alla coscienza ecologica moderna viene dal modo in cui Francesco interpreta la Genesi:
“L’uomo domini sui pesci del mare…”
(Genesi 1,26.28)
Francesco non interpreta il dominio come proprietà o sfruttamento, ma come responsabilità. La Natura è sorella; l’uomo parte di un sistema interdipendente.
Un modello ecologico ante litteram.
BIBLIOGRAFIA
- Aime M. et al., 2024. Umani e non umani. Noi siamo natura. UTET
- Ciancio O., Nocentini S., 2004. Il bosco ceduo. Selvicoltura, assestamento, gestione. Accademia italiana di scienze forestali
- Da Celano T., 2016. La Vita di San Francesco d’Assisi. Le vie della Cristianità
- Rascón B., Hubbard B.P., Sinclair D.A., Amdam G.V., 2012. The lifespan extension effects of resveratrol are conserved in the honey bee…